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Tunisia - Diario

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Non viaggio mai senza il mio diario.
Uno deve sempre avere qualcosa di sensazionale
da leggere sul treno.

Oscar Wilde (1854-1900)

Riporto brevemente alcuni passi dal mio diario, ancora in fase di rielaborazione...

 

Pensieri...

Tasselli di un mosaico...

Tante pietrine colorate che si incastonano e danno forma a qualcosa di più grande, complesso.

Ed io che giorno dopo giorno incollo e sposto e costruisco tasselli nuovi... e non so forse perché.

A volte il perché lo sappiamo prima o dopo. Durante? No, un ricordo diviene fantastico perché così lo ricordiamo.

E un sogno, una speranza realizzata sono così belli e meravigliosi perché c'era il nostro entusiasmo, il nostro amore a spingerli.

Ma torniamo ai tasselli...

 

In viaggio...

"Questa terra è come un grande mosaico", mi dice Meyed. Sorrido, solo pochi giorni prima avevo pensato alla mia vita come ad un mosaico.

Un mosaico a cui mancavano diverse tessere, incompleto ma variopinto. Un unione di stili, di forme.

Strano visto da vicino, da lontano forse bello. Ma questo non lo so, non posso allontanarmi dalla mia vita per osservarla. Ascolto le sue parole semplici e lente.

"Un mosaico che l'uomo ha costruito con pazienza, con il tempo, dominazione dopo dominazione, popolo dopo popolo. E le tracce sono qui, in questa gente.

Nei berberi che si sono rifugiati sulle montagne per sfuggire all'arrivo dell'Islam.

Nei neri che, deportati dal Senegal e dalla Costa d'Avorio come schiavi sono diventati liberi in questa terra.

Negli israeiliti, portati dal commercio.

Nei punici, nei romani che hanno dato strade e ponti, arte e cultura.

Nei beduini, che hanno percorso le grandi vie delle carovane per portare merci e spezie da una costa all'altra dell'Africa.

Nei trogloditi di Matmata, per i quali il tempo si è fermato duemila anni fa".

 

Chott el Djerid

El Kir mi scrolla dal mio torpore. Sono appoggiato al finestrino del Range Rover e nonostante i continui scossoni della carreggiata dissestata riesco quasi a dormire.

Percorriamo a ritroso il Chott el Djerid, il deserto di sale. Una depressione un tempo ricoperta dal mare e prosciugatasi in seguito. Adesso è un'immensa distesa bianca, di sale. La strada la divide in due parti.

Alla mia destra, ora che andiamo verso Douz, si estende l'infinito, il piatto desolante, affascinante deserto bianco.

A sinistra, si scorge ad una cinquantina di chilometri una catena montuosa. E' quella del Ibn Fej, che si innalza in una distesa surreale, che pare di ghiaccio.

"Mirage, mirage", mi grida El Kir. Avremo già percorso una cinquantina di chilometri, ne rimangono altri ottanta prima di uscire dal Chott ed arrivare all'oasi di Douz.

Apro gli occhi. El Kir mi indica alla nostra destra. "La mer", esclamo io. Il mare. E' impressionante. Sembra che a mezzo chilometro dalla strada ci sia il mare, con i suoi scogli, le sue insenature, le sue barche, i suoi moli. Provo a chiudere gli occhi e a riguardare.

L'impressione è sempre quella, anzi, più forte: il mare. El Kir mi indica la direzione delle montagne. Qui pare che addirittura un intero villaggio fluttui alla base del monte.

"Le oasis de Tozour. Regarde. Maintenant, il y a deu", mi fa segno El Kir di guardare alle mie spalle. Si vede ancora in lontananza Tozeur, con la sua oasi, una striscia verde all'orizzonte.

Ma adesso le oasi sono due, una sopra l'altra. Due macchie verdi sovrapposte e separate da un lembo di deserto.

Mi giro ancora alla mia sinistra. Guardo il mare, cioè il deserto. E' quello che mi colpisce di più. E' così, così reale. Sembra di aver al lato una gigantesca spiaggia, un placido mare calmo, scosso solo dai riflessi del sole.

 



 
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La vita è un libro, del quale non ha letto che una pagina sola chi non ha visto che il suo paese natìo.

Filippo Pananti, Avventure e osservazioni sopra le coste di Barberia, 1817
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